Sì, parliamo di soldi

Il problema è l’interesse che grava sulla banconota emessa dalla banca centrale di proprietà privata. Già, perché non è solo la differenza tra il costo reale e il valore nominale della banconota emessa dalla banca centrale a costituire usura, ma l’interesse che essa banca appone su ogni singola banconota, giacché è l’interesse ciò che conduce ad un progresso infinito del debito. Esempio: posta una banconota di 50 euro con interesse al 10%, chi deve restituire dovrà pagare 5 euro in più. Ma se 50 euro sono tutto il denaro emesso dalla banca centrale, i 5 euro di interesse non esistono fisicamente. Li stamperà allora la stessa banca centrale ma sempre a un interesse del 10%. Ergo, sui 5 euro di interesse si dovranno pagare 50 cent. Ora, i 50 cent non esistono fisicamente, poiché la banca centrale, dovendo stampare il capitale emesso più gli interessi sul medesimo, ha stampato 55 euro. Stamperà, dunque, è ovvio, i 50 cent. Ma sui 50 cent vale ancora il 10% di interesse. Come si arguisce, un progresso infinito del debito. Perché? Perché alla fine ci saranno sempre degli insolventi. Dato che l’interesse eccede sempre la totalità materiale della moneta emessa dalla banca centrale, la banca centrale, di proprietà privata, alla fine del ciclo si impossesserà dei beni reali degli insolventi, in cambio di cartamoneta, cioè di carta. Costretto al debito infinito, il popolo darà agli usurai che si nascondono dietro la banca centrale i suoi beni reali e materiali: case, fabbriche, campi, castelli, chiese, lavoro, etc. in cambio di carta.

Appurato dunque che il signoraggio monetario equivale a ciò che in logica si chiama progresso infinito, ove due termini – in questo caso, il debito e il credito- non coincideranno mai, occorre dire che il sistema monetario a debito è costruito scientemente per creare zone di insolvenza, essendo questo il solo modo per impossessarsi dei beni reali di una nazione in cambio di carta(moneta). È a questo scopo che l’ammontare del debito pubblico e privato supererà sempre e necessariamente, in quantità, la stessa emissione monetaria: perché solo così si è certi di creare zone di insolvenza debitoria. Di fatto, la cartamoneta per rimborsare il debito non è e non può essere stampata mai, perché la stampa di cartamoneta, essendo ad interesse, procurerà sempre e necessariamente altro debito. Da ciò consegue che non ci saranno mai fisicamente i soldi per saldare il debito totale, perché allo strozzino, in attesa di impossessarsi dei beni materiali del debitore, importa vivere, frattanto, sugli interessi del debito. Sento dire che su 2200 miliardi di debito pubblico l’Italia ha pagato 3300 miliardi di interessi. E ne pagherà ancora. Considerato questo, bisogna ammettere che la bolla speculativa del 2007 non è una “crisi”, ma la realizzazione dello scopo stesso del sistema monetario a debito- la sua stessa ragione d’essere – e che qualsiasi bolla speculativa è funzionale a questo sistema monetario. Il crollo della Leman Brothers, il fallimento di Cragnotti e Tanzi non sono prove del contrario, ma solo incidenti di percorso di un sistema monetario pianificato a debito, che prevede di creare zone di insolvenza onde appropriarsi dei beni materiali dei debitori a prezzi vantaggiosi. Ovviamente, come in ogni attività umana, certi rischi non si possono evitare. E il rischio del sistema monetario attuale è quello insito al fatto che l’emissione monetaria è sempre necessariamente inferiore al debito pubblico e privato; sì che, fatta eccezione per quelli che stampano cartamoneta, chiunque può essere insolvente.

Come ognuno può facilmente arguire, il sistema monetario a debito può essere facilmente realizzato solo in quelle nazioni che hanno perso o svenduto il diritto di imperio. E naturalmente, se lo si vuole notare, la perdita di questo diritto, implicante la sovranità monetaria e politica, è più probabile nei paesi che ospitano un parlamento, ossia là ove si dice e si scrive che il potere spetta al popolo sovrano mediante “suoi” rappresentanti. Se si dismettono tutti i pregiudizi sulla democrazia e le carte costituzionali su cui si fondano, si noterà facilmente che un dittatore quale che sia, comunista, monarchico, fascista, teocratico, che stampasse moneta, si porterebbe sicuramente dietro corruzione, malversazione e sprechi, ma non l’usuraio dei mercati internazionali. Quest’ultimo infatti sarebbe obbligato dal diritto internazionale a riconosce il diritto di imperio del dittatore entro i confini del suo stato, o a negarlo con la guerra. Mentre, all’interno, il diritto di imperio concederebbe al sovrano il diritto di punire il tradimento della nazione rendendo inoffensivi i suoi nemici interni: quei tanti nemici che oggi circolano liberamente propalando opinioni legate semplicemente agli interessi usurai. L’errore dei sovranisti di oggi è quello di credere che la democrazia possa essere salvata dall’attacco speculativo in corso. Essi si illudono che la democrazia non sia legata necessariamente alla speculazione finanziaria, quando invece, tolto il paraocchi, si capisce subito che la democrazia è, appunto, il sistema scelto dall’usura internazionale per speculare sui debiti degli stati, dopo averli privati del diritto di imperio trasferendolo al popolo, cioè a un’entità astratta. Questo e non altro fu il motivo della seconda guerra mondiale. Nel 1981, si assiste impotenti alla separazione tra il ministero del tesoro e la banca d’Italia. Basta uno scambio di lettere per farlo. E mentre il debito dello stato viene collocato sui mercati esteri, per favorire l’usura internazionale, il popolo sovrano, l’entità astratta, non ne sa nulla; il parlamento, rappresentante del popolo, è assente e nessuno dei presidenti variamente eletti interviene, perché nessuno ha più il diritto di imperio. Non il parlamento, non il governo, non il presidente della repubblica, né i due presidenti delle camere, meno che mai la magistratura e l’esercito. L’abbiamo ceduto, come un residuo di antica barbarie, alla più moderna democrazia. Domanda: sarebbero bastate due lettere scritte sopra la testa del popolo, ai tempi del Fascismo? No. Perché il parlamento non era sovrano, e il duce fu l’ultimo politico italiano a esercitare il diritto di imperio entro i confini della nazione. Dal che si conclude, evidentemente, che l’usura è lo scopo e la democrazia il mezzo assolutamente necessario, appunto perché la democrazia, con la frammentazione del potere, spoglia lo stato del diritto di imperio. Talché, invocarlo, in democrazia, oggi, costituisce addirittura reato: è apologia del fascismo. D’altra parte, nella stessa società civile, chi non si opporrebbe, oggi, alla richiesta di una dittatura anche solo consolare, tipo quella della Roma repubblicana, per ovviare all’emergenza di un nemico ormai alle porte? Perfino i sovranisti si opporrebbero. Essi, infatti, non nascondono di voler ripristinare la costituzione repubblicana. Per farlo, però, occorre il diritto di imperio, ma questo diritto non è previsto dalla costituzione repubblicana, che è antifascista non per caso. E si cade in un circolo vizioso.

Ciascuno comprende che per cancellare dalla storia il diritto di imperio degli stati si è reso necessario attaccare la famiglia così come è stata concepita per migliaia d’anni e non solo in ambito cattolico. Nella famiglia antica non è mai esistito un parlamento quale lo si concepisce oggi, con una maggioranza e un’opposizione. In famiglia mogli e figli erano innanzitutto soggetti alla patria potestà, e se talvolta forse si poteva discutere, spettava comunque al pater familias il compito di esercitare il diritto di imperio. In questo modo si sono formate anche le prime società umane. Le tribù, i clan avevano sì un consiglio di anziani, diviso sulle soluzioni da adottare circa un certo problema, ma anche un capo che decideva. Uno cioè che aveva il diritto indiscutibile di imperio. Giacché, se la funzione del capo appare immediatamente utile per la sua competenza, si mostra assolutamente necessaria per la difesa dal nemico comune, sia interno che esterno. Un gruppo, una milizia, un esercito non coordinato né guidato da un capo con diritto di imperio, si trasforma in ciò che è diventata oggi la ex Chiesa Cattolica a seguito del cv2. Nel discorso di apertura di Giovanni 23 si legge infatti che la Chiesa non intende imbracciare le armi del rigore ma usare piuttosto la medicina della misericordia, rinunciando, di fatto, per la gioia di collegialisti e gallicani di tutte la specie, alla forma monarchica e al conseguente diritto di imperio. In tal modo Essa si è riempita di tante libere opinioni, nessuna sanzionabile, nemmeno quelle dei nemici della vera fede: degli eretici, dei massoni, degli agnostici, degli atei, dei sodomiti, fornicatori e ladri, che hanno trasformato la Chiesa di Cristo in un vero e proprio lupanare, dove ognuno coltiva i propri vizi. Come si vede, una volta tolto il paraocchi, si capisce che la carta costituzionale è un mezzo destinato fatalmente a distruggere la famiglia, la tribù, la religione e la nazione. Chi maneggia l’usura lo sa benissimo. Un popolo c’era in Vandea agli inizi degli anni 90 del 700. Un popolo c’era al seguito del cardinal Ruffo di Calabria nel 1799 e ad Isola Capo Rizzuto nel 1815. Fu per eliminare quel popolo che in tutta Europa si pretesero le carte costituzionali e l’istruzione pubblica, di stato. Non a caso le carte costituzionali sono redatte a garanzia della libera opposizione: affinché la legittimità concessa a tutte le opinioni consenta anche ai traditori e ai sabotatori di professione di circolare liberamente nel corpo sano di una nazione per depredarla e distruggerla, in favore di nemici esterni.

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