In ricordo di Emanuele Severino

La differenza ontologica

 

Massimo Donà rileva il fatto che una totalità non è necessariamente infinita. Chiaro. Domanda: bisogna dedurre che il modo in cui il mondo appartiene all’infinito è testimoniato dalla predicazione? Vediamo. Poniamo A con suoi momenti a’, a’’, etc. Ebbene, oggi la filosofia incomincia dai momenti di A, e cioè dall’orizzonte fenomenologico / ontico di Husserl e Heidegger. Ma A che cos’è? Già, perché è proprio su A che la filosofia di Severino presenta aporie irrisolvibili. Severino dice in “Studi sulla filosofia della prassi” che a’ non è a’’. E’ noto. Solo che non è l’altro a diventare l’altro. Ma “lo stesso”. Quindi, se si nega il divenire altro, si nega anche “lo stesso”. Per questo, l’uomo che muove la mano a sinistra non è l’uomo che muove la mano a destra. Poi, come si faccia a sapere che non è lo stesso uomo, è un mistero mai chiarito, se non c’è uno “stesso uomo” che li “veda” entrambi. Severino dimentica che è possibile asserire questo solo sulla base della comune identità A. Senza A, a’ non saprebbe nulla di a’’. E’ questa la figura autentica dell’autocoscienza: coscienza di A e dei suoi momenti, cioè dell’astratto e del concreto. E la praxis di Severino se la perde. La filosofia di Severino rimane, nonostante le dichiarazioni contrarie, con una coscienza sola, quella ontica/ fenomenologica. E la coscienza ontica non concepisce A. Pretende andare alle cose stesse (i momenti di A), senza nessun A, cioè sottoponendo A, e solo A, all’epoché. Severino dice che l’essere è predicabile di ogni ente, ma, intanto, A non è predicabile dei suoi momenti, perché tale predicazione è contraddittoria, in quanto i momenti di A sono e non sono A. Infatti, se A fosse interamente predicabile dei suoi momenti, A si esaurirebbe in una tautologia col primo momento a’, proprio come pensava Parmenide. E i fenomeni sarebbero illusione. Ma se la predicazione dell’essere ai suoi momenti è contraddittoria, allora, si ritorna a san Tommaso e al concetto di analogia e partecipazione. Sono un cattolico integrale, che volete farci?

Ora, poiché la coscienza di A permane e non scompare, come vorrebbe la praxis di Severino, segue che l’originario apparire è A con i sui momenti. Cioè su base fenomenologica, appaiono i momenti, ma questi, per essere momenti, suppongono necessariamente A già quando si sugge il latte dal seno materno. Se A non è posto, si vive nella dimensione animale o vegetale (forse). L’apertura originaria, cioè la base della metafisica platonica e poi europea, è la presenza di A. A è il logos che concede il linguaggio. Non c’è una manifestazione anteriore al linguaggio, come pensava Heidegger, perché qualsivoglia manifestazione è dal linguaggio che deve passare. E il linguaggio c’è, perché c’è A. A non è una costruzione del linguaggio (una funzione), giacché senza A non si potrebbe parlare. Lo si constata facilmente considerando la negazione di A. Perché chi nega A, in realtà, lo suppone comunque e in ogni caso, dato che per negarlo è costretto a parlare e quindi ad assumerlo. E siccome A è posto necessariamente (e il linguaggio no, perché senza A non si parla), esso, con i suoi momenti, forma la struttura dell’originario apparire. Per questo, il metodo fenomenologico è fuori strada. Ma i momenti non sono interamente predicabili di A, e ciò lo ammette anche Severino quando scrive che “progettare la contraddizione non è immediatamente contraddittorio”. Se, infatti, A fosse predicabile in modo esaustivo, cioè tautologico, dei suoi momenti, la progettazione sarebbe impossibile. In 2+2=4, che spazio c’è per progettare la contraddizione? Questo significa che la negazione che la differenza ontologica sia ni/ente avviene a posteriori. Ahi! Attenzione alla hybris, perché tutte le proposizioni a posteriori sono ipotetiche. Infatti, Severino deve scriverci un libro, nel 79: “Destino della necessità”. Follia dell’occidente? Forse. Ma se c’è il destino, allora non c’è il possibile e il progetto della contraddizione è impossibile. Se non che, il progetto della contraddizione è possibile anche per Severino. Ed è possibile perché il “destino” mostra il possibile come non negato; tanto che negare il possibile è un compito, una volontà. Se a’ e a” appaiono insieme, ed appaiono entrambi non negati dal “destino”, come si fa a sapere quale dei due accadrà? Non si sa. Quindi il progetto della contraddizione non è contraddittorio. Ma se il progetto della contraddizione non è contraddittorio, non può diventarlo mai, perché, in tal caso, il progetto da incontraddittorio diverrebbe contraddittorio, cioè diverrebbe altro da sé, da essere a nulla, precipitando in quell’alienazione del senso dell’essere che Severino denuncia. È la contraddizione che va tolta, non la non contraddizione. E se non è contraddittorio progettare la contraddizione, mettiamoci il cuore in pace: è perché nessuno sa quale dei momenti accadrà. Sappiamo soltanto che in forza del principio di non contraddizione ne può accadere solo uno. Ma a momento accaduto, la sua negazione non può essere contraddittoria, proprio perché A non scompare. Sarebbe contraddittoria, solo se sparisse A. Ma se sparisse A, sparirebbe il linguaggio e con il linguaggio anche la filosofia. Ecco perché nella filosofia di Severino pensare a’’ al posto di a’ significa fare di un ente un niente e viceversa: perché non c’è più A a tenerli insieme. Qui sta il punto. La fenomenologia può anche illudersi di far sparire A a comando, ma A non scompare, permane; e Bontadini ha buon gioco nel chiedere al suo allievo perché alla permanenza in atto non subentri il tubo di una stufa. Severino, però, non può tenersi A, perché i momenti di A non sono interamente predicabili di A, nel senso che i momenti partecipano di A non interamente. Si ricorderà che Berti l’aveva già fatto notare, nel volume in onore di Severino di qualche anno fa, distinguendo l’essere tra il genere, che non implica la differenza, e l’universale, che, invece, la implica. E A è senza dubbio un universale, non soltanto perché implica la differenza ontologica, ma perché non lo pone nessuno: A si pone da sé.

Allora cos’è A? Per Jaspers è la totalità dei suoi momenti. Ma così non può essere, perché A trascende i suoi momenti, nel senso che non è interamente predicabile di essi, se no scomparirebbe già al suo primo momento A=a’. A sarebbe interamente predicabile di un solo momento, mentre in realtà A rimane aperto al sopraggiungere di altri momenti. A è la condizione del loro sopraggiungere. Quindi A trascende i suoi momenti. Per Kant, è noto, A è l’intelletto trascendentale, come quello di Avicenna. Se non che, per Kant, l’appercezione trascendentale non è un universale ma la forma di una totalità di intelletti (di tutti). Per questa forma infatti si parla di apriorismo. Ma A non è solo una totalità, perché trascende i suoi momenti, nel senso che non ne è interamente predicabile. Quanto alla forma, è un mistero, perché A sfugge alla predicazione tautologica, anche quando, compiendosi, si esaurisce in tutti i suoi momenti. Altro che ritrarsi nell’atto in cui l’ente si svela, come pensava Heidegger. A permane. Si mostra. Si vede. Forse non lo si vuole vedere (perché sulla scia di Nietzsche si odia Paltone). Ma allora A cos’è? Siamo così certi che la differenza ontologica non sia un nulla? E’ Severino stesso ad insegnare che “progettare la contraddizione non è immediatamente contraddittorio”. E poiché tale progetto non può essere contraddittorio mediatamente senza autocontraddirsi; ecco che anche Severino insegna che non è contraddittorio che l’essere sia nulla. Lo so che insegna l’esatto contrario. Ma che sia non contraddittorio progettare la nullità dell’essere rimane una conseguenza indesiderata del suo pensiero. Giacché la non contraddizione non può diventare da sé contraddizione, senza travolgere anche il principio firmissimo, come si vedrà nel capitolo a seguire.

Ma, tornando a noi, se A non è un nulla, allora cos’è? E’ la differenza ontologica? Un cattivo infinito? Un indeterminato “per speculum et in aenigmate”? Il riflesso di Dio? Allora cos’è? Io non lo so. So soltanto che, in ogni caso, qualunque cosa sia, senza A non esisterebbe il linguaggio e quindi neppure la filosofia. Ma poiché la filosofia c’è, segue che l’essere non è interamente predicabile dell’ente. Che A è e non è i suoi momenti.

 

“Progettare la contraddizione non è immediatamente contraddittorio”

 

1

 

Se il possibile non viene all’essere (Destino della Necessità), perché progettare il possibile (la contraddizione) non è immediatamente contraddittorio? E’ chiaro: perché i giudizi di esistenza sono tutti a posteriori (se fossero a priori, saremmo Dio). Per esempio, nel caso degli scapoli, progettare che qualcuno sia sposato è immediatamente contraddittorio. Ma qui si dice che non è immediatamente contraddittorio progettare la possibilità che l’essere non sia. Domanda: sarebbe come dire che non è immediatamente contraddittorio progettare che uno scapolo sia sposato? Evidentemente, no. Sugli scapoli non c’è margine per progettare la contraddizione, mentre, qui, c’è. E come mai c’è questo margine, se l’essere è ed è impossibile che non sia? Attenzione perché non si sta parlando di un progetto soggettivo o falso, ma che non è contraddittorio progettare la contraddizione; si dice cioè che il possibile appare e appare come non immediatamente contradditorio. Quindi non è vero che il possibile non viene all’essere (Destino della Necessità). Il possibile non verrebbe all’essere, solo se fosse immediatamente contraddittorio, ma, dice Severino, il possibile non è immediatamente contraddittorio. Dunque, per Severino, il possibile viene all’essere. Allora com’è che, poi, appare contraddittorio, se tutto è e nulla diviene? Perché, come già si capisce, è proprio qui che si annida il problema.

Cominciamo col dire che se il possibile non è immediatamente contraddittorio, allora è contraddittorio ad accadere avvenuto, cioè a posteriori. È l’accadere che rende contraddittorio il possibile, stando almeno a Destino della Necessità, ove si dice che pensare l’accadere del possibile significa fare di un niente un ente e viceversa. Dunque, il possibile è, sì, contraddittorio, ma a posteriori. Tutto ok? No, affatto. Perché qui accade qualcosa di molto strano. Solitamente una contraddizione rilevata a posteriori smentisce una teoria formulata circa un determinato fatto, come accade in ambito scientifico. In questo caso, la teoria formulata, e contraddetta a posteriori, viene smentita. Cioè è errata. Ma questo vuol dire che era contraddittoria anche prima, e che a posteriori semplicemente ci si accorge dell’errore. Qui, invece, la faccenda è assai diversa, perché, anche se contraddetta dall’accadere, la progettazione della contraddizione rimane non immediatamente contraddittoria, ossia rimane vera. Nonostante che, per Severino, il possibile implichi contraddizione, il suo progetto è e resta non immediatamente contraddittorio. E fin tanto che il possibile resta non immediatamente contraddittorio, esso non solo non è tolto dall’essere, ma non può nemmeno essere tolto, giacché quel che si toglie è la contraddizione, ma la si toglie dal pensiero, dato che l’essere non è contraddittorio (mentre il pensiero sì). Ora, se si sostiene che, con l’accadere, il possibile diviene contraddittorio, allora segue:

  1. a) che vi è un ente, il possibile, dapprima affermato come incontraddittorio, che diviene nel più puro stile nichilistico, da essere a nulla;
  2. b) che lo stesso principio di non contraddizione è contraddittorio. Infatti: se qualcosa di non contraddittorio diventasse contraddittorio, dovrebbe diventarlo da se stesso, senza nessun nostro contributo, negando, così, anche il valore del principio firmissimo, giacché, in tal caso, non sarebbe il pensiero a contraddirsi, ma l’essere stesso.

 

2

Non è immediatamente contraddittorio progettare la contraddizione significa esattamente questo: che non è immediatamente contraddittorio progettare che l’essere sia nulla (superfluo osservare che, per un cattolico, questa conseguenza ha un valore incommensurabile). Ora, ciò che si tratta di stabilire è il senso dell’avverbio, perché, qui, pare essere introdotto surrettiziamente. Infatti, una contraddizione che si mostra tale a posteriori, era contraddizione anche prima di mostrarsi tale. Se, invece, non era contraddizione, segue che non potrà mai diventare contraddizione, giacché una cosa non contraddittoria non diventa contraddittoria da sé e in sé, senza travolgere anche il principio di non contraddizione. In tal caso, allora, è la cosa a divenire nel senso nichilistico indicato da Severino: da essere a nulla, non il pensiero. Voglio dire: se qualcosa non è contraddittorio e poi lo è, lo è per noi, non in sé. E’ questo il motivo per cui si toglie la contraddizione, risolvendola, mentre la non contraddizione resta non tolta: perché la non contraddizione non è da risolvere. Il principio di non contraddizione non consente un prima e un poi. Se vi consentisse, esso sarebbe smentibile, e non lo è. In Severino, invece, compare il divenire nichilistico, in sé, si badi, della non contraddizione. In Severino la non contraddizione del possibile non diviene contraddizione per noi, cioè per colpa della nostra ignoranza, non è il prodotto erroneo di una posizione soggettiva; essa diviene da sola, in se stessa e per se stessa contraddizione. È l’essere del possibile che diviene nulla da se stesso, travolgendo lo stesso valore del principio di non contraddizione che Severino s’impegna a difendere. Severino sostiene, infatti, che il possibile si mostra contraddittorio con l’accadere, perché il possibile, ad accadere avvenuto, fa di un niente un ente e di un ente un niente. Già, ma, intanto, questa contraddizione a posteriori del possibile nega la non contraddittorietà (immediata) del possibile. Pertanto: o è falsa la tesi della non immediata contraddittorietà del possibile o è falsa la sua negazione a posteriori. Si osserva questo non soltanto per fare appello alla legge del terzo escluso; ma perché se affermazione e negazione fossero entrambe vere, seguirebbe che il soggetto dell’affermazione, la possibilità, si troverebbe nella infelice condizione logica di divenire altro da sé, che è ciò che Severino nega da tutta la vita. La negazione a posteriori implica, infatti, il divenire del possibile da non immediatamente contraddittorio a contraddittorio. Il che può essere logicamente tradotto così: che esso è, e poi non è; e se prima è e poi non è, il possibile da ente diventa un niente. Ora, se progettare la contraddizione non è immediatamente contraddittorio, ciò significa che non è immediatamente contraddittorio che l’essere non sia, ovvero che l’essere sia nulla. Ma, appunto, se tale progetto non è contraddittorio, segue necessariamente che non può essere tolto, dato che, come è noto, ciò che si toglie è la contraddizione. Ciò significa che la possibilità che l’essere non sia, o sia nulla, non può essere tolta né ora né mai. Vale a dire non può essere tolta all’infinito. D’altronde dovrebbe essere di per sé evidente: poiché la logica, nella sua simmetria, ci insegna che l’impossibile è l’opposto del necessario; segue che dimostrare l’impossibilità di una proposizione possibile è impossibile. Perciò gli atei sono responsabili del loro ateismo: perché negano a priori la proposizione che afferma l’esistenza possibile di Dio. Non c’è scienza in questa loro negazione, giacché una proposizione possibile non è mai contraddittoria.

Se ti è piaciuto, dillo a tutti